venerdì 12 aprile 2019



Nessun bambino è uguale all’altro, non possiamo sapere a priori quali siano le necessità di quell’esserino che abbiamo appena messo al mondo e per il quale vorremmo sempre ogni bene. Ricordiamoci sempre….un figlio non è un vaso vuoto da riempire! Anzi, ognuno ha un talento da esprimere, ma se non trova intorno a sé un terreno adeguato per farlo, finirà per implodere.


Un bambino che non sa riconoscere le proprie emozioni viene frequentemente etichettato come “bambino difficile”, dato che usa metodi tutti suoi per esprimersi.
E’ bene sottolineare che dietro un comportamento diseducativo si può nascondere una forma di disagio che non va assolutamente ignorata o, peggio ancora, etichettata in qualche modo, bensì accolta e ascoltata. È da comprendere che tipo di disagio si celi dietro degli atteggiamenti “difficili”.
Difficili, infatti, sono le situazioni e le circostanze che hanno vissuto. I bambini che hanno alle spalle eventi spiacevoli nella loro infanzia accumulano somatizzazioni e per difendersi si corazzano manifestando spesso atteggiamenti violenti, scontrosi, oppure si estraniano, si isolano, tanto da sembrare “difficili”

Cosa si cela dietro gli atteggiamenti difficili del bambino

Può succedere che mamma e papà, confusi dall’atteggiamento del bambino difficile, possano alzare la voce o cadere nella tentazione di assegnare castighi al piccolo. In queste circostanze, castighi e litigi non fanno altro che rendere più intense le emozioni negative del bambino. Punizioni e ramanzine possono ledere l’autostima del bambino difficile  e addirittura innescare un senso di frustrazione che con il passar del tempo potrebbe cronicizzarsi.
Ogni bambino si porta dietro il suo bagaglio emotivo, fin dalla nascita, anche se non ha molte esperienze di vita dirette, ha riempito il suo bagaglio con le impressioni di chi lo circonda. Un gioco di impressioni molto complesso, impossibile da decodificare ma la realtà è una: alcuni bambini necessitano di attenzioni più di altri e guai a negare attenzioni a un bambino bisognoso!

Il bambino difficile: il bambino che ha più bisogno

Un bambino difficile non ha le risorse per elaborare e quindi gestire un disagio emotivo. E’ troppo piccolo per acquisire l’autoconsapevolezza di “valere” nonostante qualche limite. Allora come bisogna comportarsi con un bambino difficile?
Innanzitutto bisogna riconoscere di avere un figlio che ha maggiori esigenze. Parliamo di bambini che piangano spesso, dormono meno del previsto, hanno reazioni esagerate agli eventi e possono passare dalla gioia (risate) al dolore (pianto) nel giro di pochi minuti. Questi bambini non sono “cattivi” e non vanno “strillati”, anzi, hanno bisogno di più sicurezze e di maggior sostegno.
Il mondo emotivo di un bambino difficile è ricco di emozioni quali paura, tristezza, solitudine, angoscia, rabbia e gelosia, emozioni codificate con atteggiamenti capricciosi e/o scatti d’ira. E’ necessario canalizzare queste emozioni in atteggiamenti positivi e qui il genitore deve rassicurare il bambino in modo permanente: il bambino deve diventare autonomo così da smettere di cercare continue attenzioni. Un bambino autonomo è in grado di fare richieste ai genitori senza rifugiarsi nel pianto o nascondersi dietro la rabbia.

Educare un bambino difficile

Far rispettare le regole a un bambino difficile è un compito arduo e faticoso, tuttavia le regole servono nella vita dei bambini ed è compito del genitore educare al benessere e alla comprensione emotiva.
“Dobbiamo capire che i bambini ci guardano e imparano da noi che è bello diventare grandi. Ecco perché da sole le regole non bastano. Ecco qualche consiglio su come educare un bambino difficile”

Il potere del rinforzo positivo

Il rinforzo positivo è una strategia educativa che consiste nell’abbracciare un bambino quando fa qualcosa di sbagliato. In genere, quando un bambino fa qualcosa che non dovrebbe, il genitore ricorre a punizioni o sgrida il piccolo, ma questi atteggiamenti innescano reazioni ancor più negative nel bambino.
Il rinforzo positivo si base sul dialogo con l’infante: avvicinatevi al piccolo e chiedetegli spiegazioni, usate un tono calmo ma molto determinato. Con altrettanta calma e determinazione dovrete spiegare al bambino perché ha sbagliato e mostrargli il modo corretto di agire. Con una punizione il bambino finirà per credere che lui è sbagliato senza capire il vero messaggio, cioè che solo il suo atteggiamento è stato sbagliato.
I bambini tendono a generalizzare, così ogni ramanzina è un affondo ancora più profondo nell’autostima in via di formazione del bambino: il bambino recepisce che la sua persona è sbagliata perché non arriva a scindere il giudizio che un genitore può avere su un singolo atteggiamento, dal giudizio che il genitore ha sull’intera sua persona.

Educare il bambino all’autonomia e alla felicità

Esistono molti libri e ricerche incentrate sulla giusta educazione da impartire ai bambini e non posso che consigliarvi il testo: “Le regole non bastano. Come educare i nostri bambini all’obbedienza, all’autonomia e alla felicità“.
Il libro è molto completo, pratico e chiaro, in primis vi spiegherà perché tanti bambini fanno fatica ad obbedire e perché tanti di noi faticano a insegnare e ottenere obbedienza e rispetto. Il libro è consigliatissimo perché spiega come possiamo concretamente ed efficacemente insegnare ai bambini le “giuste regole” e motivarli al benessere emotivo. In questo libro l’autore risponde a tante domande e accompagna il lettore, passo dopo passo, a scoprire il mondo dell’infanzia e insegna a condurre i bambini sulla strada dell’autonomia e felicità.

Il circolo vizioso della Fiducia

Il bambino ha bisogno di sicurezza, deve poter credere nel genitore e deve sapere che il genitore crede in lui. Questo è il circolo vizioso della fiducia che va alimentato quotidianamente.
Il bambino deve capire che esistono dei limiti da non oltrepassare e dei compiti da svolgere: gli adulti hanno compiti da svolgere proprio come i bambini. Ecco perché in premessa vi ho detto che i bambini ci osservano e imparano da noi che è bello diventare grandi! 
“I bambini non ci devono nulla: tutto quello che facciamo per loro deve essere a titolo amorevolmente gratuito. Tutto quello che ricevono lo renderanno poi ai loro figli”
Impartire dei compiti e dare fiducia ai bambini, significa fargli capire che sono capaci di fare molte cose, significa incoraggiarli all’autostima e autonomia.

Educare all’intelligenza emotiva

Come ti senti? Cosa provi? Sono domande importanti da fare a un bambino. I bambini spesso finiscono per confondere le emozioni senza riuscire a capire l’origine di ciò che provano. Educare all’intelligenza emotiva significa coltivare autoconsapevolezza. In questo modo, i bambini potranno sfruttare il cosiddetto sfogo emotivo…. ma attenzione, lo faranno solo se non si sentiranno giudicati!

giovedì 28 marzo 2019

Immagine correlataCOSA SUCCEDE ALLA COPPIA DOPO UN FIGLIO?


Come possa succedere io non lo so, ma succede ad ogni coppia, statene certe. Succede che l'arrivo dei figli vi ha trasformato in semplici coinquilini. Succede che tu e il tuo lui iniziate un percorso insieme, un percorso fatto di intimità, romanticismo, complicità e che poi, ad un certo punto, dopo che siete diventati genitori sempre stando insieme, vi ritrovate distanti e sconosciuti. All'improvviso.
Succede che tu sei arrabbiata con lui perché sembra non accorgersene, perché ve lo ritrovate accanto mentre russa beato mentre voi pensate a quanto siete cambiati e diversi da quelli che eravate. A quando vi siete incontrati per la prima volta, a quanto vi siete amati in modo folle e disperato, a quando la vostra vita andava su e giù dalle montagne russe delle emozioni. Voi vi arrabbiate per questo, pur sapendo che la colpa non è di nessuno, lui invece continua a russare.
Pensate a quando vi siete detti che i figli non vi avrebbero cambiati, che la vostra vita di coppia spericolata sarebbe restata tale anche in tre, o in quattro, o in cinque. Ripensate a quelle promesse e siete così arrabbiate per non essere riuscite a rispettarle che continuerete a piangere per tutta la notte.
Pensate che eravate bellissimi e complici, che ogni occasione era buona per passare del tempo da soli, che cercavate una l'approvazione dell'altro in continuazione. Pensavate che crescere insieme è faticoso, bello, ma faticoso. A tratti anche doloroso. Perché per strada avete perso la cura reciproca che avevate e si è spenta quella luce che vi faceva vedere l'altro senza difetti.
Avete smesso di parlare, prima parlavate di tutto, per ore, ma adesso ogni volta che ci provate c'è qualcuno che vi interrompe: per questo avete smesso. E invece di prendervi cura l'uno dell'altro, adesso avete i figli da curare che vi assorbono tutte le energie e vi lasciano stremati.
Non è che sia passato l'amore, quello c'è ancora, il problema è che non avete più il tempo di guardarvi negli occhi. E di toccarvi. Il problema è che avete una missione in comune, che pur facendovi camminare sullo stesso binario, non vi lascia il tempo di far incrociare le vostre strada, se non la sera tardi quando ormai le energie vi hanno del tutto abbandonati.
Un figlio non avvicina, né allontana, ma cambia le persone. E le coppie. E ci vuole tanta pazienza, tanto coraggio, molto spirito di sacrificio. Ci vuole di capire che l'equilibrio che prima poggiava su quattro gambe e due cuori ora si è spostato: di gambe ne ha sei, o otto, o dieci e di cuori tre, quattro, cinque. Per questo non può essere più come prima, perché gli equilibri sono cambiati, ma l'amore si è moltiplicato.
E anche se a volte sembra che ce ne sia di meno, non è così. È una nuova fase dell'amore, diversa da quella che abbiamo conosciuto, che non ci aspettavamo, ma che fa parte del cammino di ogni coppia. Si cresce, si cambia e ci si ama ancora, in un modo diverso che va conosciuto ed apprezzato a poco a poco.

martedì 12 febbraio 2019

L'AFFETTO NON BASTA, SERVE AUTOREVOLEZZA!

L’argomento “limiti e regole” è sicuramente il più difficile da affrontare in famiglia. Questo perché, quando si fa rispettare una regola, si finisce inevitabilmente per chiedersi:
“Sarò un buon genitore? Non sarò troppo severo?”
L’unica risposta a questa domanda si trova nell’intelligenza emotiva: il segreto è capire ciò di cui il bambino HA bisogno, non ciò che chiede a gran voce. E agire di conseguenza, costruendo un ambiente empatico, sensibile ma anche gentile e rispettoso. Un ambiente in cui ciascuno sa qual è il suo posto e lo occupa con felicità.

BISOGNO DI REGOLE
Le regole non servono solo a crescere persone educate, fanno bene al sistema nervoso e allo sviluppo emotivo. Sapere qual è il limite aiuta il bambino a sentirsi al sicuro; a sapere quali sono i confini dell’accettabile in quel mondo magico che è la famiglia. Le regole in famiglia hanno l’effetto benefico di aiutare lo sviluppo e il controllo emotivo, senza dover ricorrere a chissà quale laboratorio di educazione emotiva (comunque utile, ma a patto che ci sia questo lavoro a monte).
Al contrario, bambini che crescono in un ambiente carente di regole, sono più soggetti allo stress e a picchi emotivi incontrollati, poiché vivono in un ambiente altamente insicuro e mutevole. Non riuscendo a prevedere quello che potranno ottenere e quello che no, vivono in un perenne stato ansioso.

AFFETTO E AUTOREVOLEZZA
Se le regole sono necessarie, questo non significa tiranneggiare in famiglia. Cinquant’anni di studi psicologici e pedagogici ci hanno insegnato l’importanza dell’affetto, di un ambiente sicuro e confortevole e di una figura autorevole e non autoritaria.
Ma che differenza c’è tra autoritarismoautorevolezza? Il genitore autorevole riesce a spiegare le ragioni delle sue scelte e a coinvolgere emotivamente i bambini. Diventa una guida naturale, un punto di riferimento, una base sicura.
Accanto all’autorevolezza, che si ottiene attraverso: un comportamento sicuro di sé (ovvero, fatevi tutti i dubbi del caso, ma di fronte ad un bambino siate sempre fermi e irremovibili), un comportamento comprensivo, un comportamento orientato al dialogo, c’è anche l’affetto.
Questo però è un punto sul quale non serve lavorare particolarmente: ogni genitore ama i suoi figli più di tutto!

martedì 15 gennaio 2019

La vera natura 

dei capricci dei bambini

Dalla rivista “Uppa” (“Un pediatra per amico” ): 
“Nessun bambino li fa da solo, è necessario un adulto”
«Non esiste nessun bambino che faccia un capriccio quando si trova da solo. Perché si strutturi un capriccio, è necessaria la compresenza del bambino e di un adulto. I capricci, infatti, sono fenomeni relazionali. Nascono all’interno della relazione, si svolgono all’interno della relazione e mirano (sia pure malamente) a modificare qualche cosa di importante nella relazione». Lo dice Paolo Roccato, psicoterapeuta e psicoanalista, nello “Speciale capricci” pubblicato dalla rivista Uppa, (Un pediatra per amico) , che ci ha gentilmente inviato il testo qui pubblicato per estratti.
«Sembrerebbe impossibile che un bambino sia davvero angosciato e davvero furibondo solo perché, per esempio, al supermercato vuole il gelato e la mamma non glie lo vuole comprare. Sembra davvero una assoluta insensatezza che dia tutta quella importanza a un gelato. Anche per questo il suo capriccio suscita risposte così irritate e controaggressive. Il fatto è che i capricci si svolgono sempre su due piani: l’uno, quello esplicito, che coinvolge cose sciocche pressoché irrilevanti per entrambi; l’altro, quello importante, implicito, di cui entrambi non sono consapevoli, se non in modo piuttosto vago. Per di più, quasi sempre ne è un pochettino più consapevole il bambino che non il genitore».
I più frequenti aspetti in gioco (visti dalla parte del bambino) sono i seguenti:
a) “Ho bisogno di un segno concreto del tuo amore per me, perché non sono sicuro che tu (in questo momento, o in questo periodo, o in ogni momento) mi ami”. Questo bisogno di rassicurazione sull’essere amato può dipendere da moltissime circostanze. Potrebbe essere che il genitore in quel periodo sia davvero distratto da preoccupazioni e problemi “da grandi”, che lo allontanano mentalmente e magari anche fisicamente dal bambino (...). Può essere che il bambino dubiti dell’amore dei genitori per lui, perché è in arrivo (o è già arrivato) un fratellino o una sorellina. “Che bisogno avevano di farne un altro? Forse li ho delusi”.
Il bambino potrebbe essere angosciato perché ha sentito che mamma e papà intendono separarsi, o ha visto
che realmente si sono separati. (...) “Sento te come distratto, addolorato, depresso, preoccupato, fragile, bisognoso, confuso, entusiasta per qualcosa d’altro, ecc., per cui temo (o percepisco) di avere perduto il tuo amore, e cerco una rassicurazione. Ho bisogno di mettere te alla prova”.
b) “Ho bisogno di sapere quanto potere ho io, sia in assoluto sia nella relazione con te”. Il potere è quella funzione relazionale che fa sì che un’altra persona faccia qualche cosa che altrimenti non farebbe. “Ho bisogno di mettere me alla prova”. Posso anche avere bisogno di verificare quanto tu accetti che anche io possa avere un po’ di potere su di te, e non solo tu su di me. Posso, infatti, essere angosciato sia se ho troppo potere sia se ne ho troppo poco. Ho bisogno di verificare quanto potere ho, da un lato per non sentirmi in balia soltanto di me stesso (cioè: non affidato a nessuno), e dall’altro lato per non sentirmi schiacciato dalla prepotenza degli altri,te compreso. (...) Certi atteggiamenti realmente prepotenti, realmente “sadici”, nascono dall’incapacità di soddisfare in altri modi il  fondamentale bisogno di sentirsi riconosciuto come soggetto.
c) “Ti segnalo che non stai gestendo adeguatamente il tuo potere con me, mentre io ho bisogno che tu lo eserciti adeguatamente, in modo più chiaro, coerente ed esplicito, così che io possa orientarmi meglio e trovare così sicurezza”. In questo caso, col capriccio il bambino provoca l’adulto, per poter avere la percezione di essere importante per lui. Gli segnala che ha bisogno che nelle interazioni con lui vengano attivate funzioni “paterne”, benevoli ma ferme, che sanciscano i limiti e le regole. Ha bisogno, in sostanza, che l’adulto gli dica “No”, con fermezza e con chiarezza. Spesso, quella di ricevere regole ben definite e vincolanti è un’esigenza di percepire attorno a sé un mondo in cui ci si possa muovere con una sufficiente sicurezza, come potrebbe essere per noi adulti l’esigenza che si installino dei chiari ed univoci segnali stradali nel traffico convulso. La fermezza, la coerenza e la sensatezza nel porre le regole fanno parte dell’amorevolezza. E il bambino lo sente.
d) “Ho bisogno di sapere se la persona cui sono affidato è sufficientemente stabile e forte”.
Poche cose sono così angoscianti per un bambino come il constatare che l’adulto cui è affidato è una specie di fragile marionetta in suo potere. L’insicurezza devastante che ne deriva talvolta viene dal bambino affrontata assumendo lui la parte di quello “forte”, che impone il proprio volere. Ma, inevitabilmente, lo farà come può farlo un bambino, senza gran che di esperienza di vita. Sarà, allora, una specie di caricatura di “forza” e di “sicurezza”. Tenderà, così, ad assumere atteggiamenti dispotici, dittatoriali, che rischiano addirittura di intimidire l’adulto insicuro, soprattutto se si sente per qualunque motivo colpevolizzato verso il bambino medesimo.
e) “Ho bisogno di sapere che non sono solo affidato a te, ma che ho anche un certo grado di autonomia da te”. (...) Quando un bambino sente preclusa ogni possibilità di riconoscimento delle sue proprie competenze e del suo proprio realistico grado di autonomia, è possibile che, prima di disperarsi del tutto, cerchi di “forzare” l’adulto con dei capricci.
f) “Ho bisogno di percepire me come soggetto della mia vita e ti segnalo la necessità che tu te ne accorga e che mi riconosca in questo mio bisogno”. Il bambino ha bisogno che sia sistematicamente riconosciuto dagli adulti che si occupano di lui il valore del suo sentire, del suo pensare, del suo desiderare e del suo volere. (...) Per come si presenta il fenomeno “capriccio”, quasi mai i due che vi si trovano coinvolti (bambino e adulto) arrivano a cogliere e a “negoziare” il rapporto sul piano relazionale importante, che così rimane implicito: si fermano (quasi) sempre al solo piano di superficie, che, come entrambi più o meno chiaramente sanno, è pretestuoso. Questo ingenera frustrazione e rabbia in entrambi, sia mentre che si svolge la relazione del capriccio sia dopo, quando il capriccio è stato accantonato. Per fare questo, è indispensabile che sia individuato il piano importante implicito e che le interazioni proseguano su quel piano, abbandonando quello pretestuoso di superficie. (...) Attenzione: non tutto è “capriccio”. Ci sono espressioni eclatanti di angoscia disperata che non sono “capricci” e che sarebbe deleterio considerare tali. In esse, è differente la struttura relazionale: manca il livello superficiale esplicito concreto (come il gelato dell’esempio ricorrente).
Il bambino, per esempio, si rotola per terra, gridando disperato che a scuola non ci vuole andare. È visibilmente angosciato, ma sembra non sapere o non osare dire perché. Al bambino viene da imboccare la strada di questo tipo di attivazione relazionale così clamorosa (anziché le usuali modalità comunicative) quando sente o pensa di non poter trovare ascolto o aiuto per ciò che lo angoscia oltre misura. Può essere chesi vergogni o che si senta in colpa a mostrare ai genitori la propria angoscia e la situazione che la genera, e che dia per scontato che o non verrà creduto, o verrà disprezzato, o verrà sgridato e punito.
L’angoscia può essere innescata dalla paura per un pericolo reale (Per esempio: “Ci sono dei grandi che mi minacciano”), o per la previsione di una intollerabile umiliazione (“Dovrò cantare davanti a tutti, e non sono capace”). Queste comunicazioni disperate devono essere prese molto sul serio, facendo sentire al bambino che si ha una genuina intenzione di capirlo e di aiutarlo, e che si sta dalla sua parte.

giovedì 6 dicembre 2018






“Ha mangiato?"
- Mamma, aspetto con ansia quando mi vieni a prendere da scuola.
Certe volte sono impegnato e non vorrei andare via proprio in quel momento!
Sapessi, mammina mia, quante cose avrei da raccontarti,
quanti disegni da farti vedere,
quante avventure tra mari e montagne che ho affrontato con i miei compagni.
Tu mi sorridi e mi abbracci, guardi la maestra e le chiedi:
"Ha mangiato?"
Io e la maestra ci guardiamo un po' sconsolati...
Lei lo sa che le mamme non sanno certe cose!
Oggi sono riuscito a giocare con quel gioco che desideravo tanto,
ma era sempre occupato da un altro bambino...
mi sono rotolato sul pavimento come un barattolo,
poi la maestra mi ha mandato da solo a chiamare la sua collega,
si vede che fida di me,
sa che non mi metterò nei guai nel corridoio!
Mi sono divertito un sacco a saltare con quella canzoncina
che la maestra ci mette per farci scatenare,
io vorrei sempre saltare,
ma molte volte mi fanno stare seduto,
e dire quello che penso.
Però qui mi ascoltano sai mamma?
Sempre.
Ho capito che se premo più forte mentre disegno,
la linea sul foglio cambia...non mi sono vergognato tanto,
quando toccava a me rispondere all'appello.
Non sono riuscito a controllarmi mamma,
proprio non c'è l' ho fatta...ho dato un calcio a quel bambino,
ci ho preso una bella sgridata e sulla sedia per 5 minuti,
uff che rabbia!
Ma ho imparato a calmarmi, tutto da solo...
sono riuscito a finire tutta la minestra senza rovesciarne neanche una goccia;
sono arrivato in bagno in tempo per non farmela addosso,
ma la maestra non se ne è accorta!
Ho fatto un bel pisolino, mi sono addormentato da solo, senza di te
e...non ho voluto neanche un pupazzetto,
sto diventando sempre più bravo, credimi ce la metto tutta!!!
Te lo giuro mamma a scuola non ho solo mangiato e poi...
se proprio lo vuoi sapere,
perché non lo chiedi a me?

giovedì 29 novembre 2018


Risultati immagini per bambino troppi regali       La sindrome del bambino con troppi regali

lunedì 30 luglio 2018


IL PASTO PEDAGOGICO COME MOMENTO EDUCATIVO
Il pasto costituisce un momento importante della routine in asilo. Infatti, non svolge soltanto funzioni legate all’alimentazione ma rappresenta per il bambino anche un’occasione educativa, dove apprendere nuove regole e modi di entrare in relazione col prossimo. Per questo motivo, il pasto pedagogico in asilo va correttamente disposto e pianificato, affinché possa essere usato come strumento educativo da maestri e operatori della prima infanzia.
Il pranzo al nido: un’occasione educativa
Il pranzo in asilo nido è un momento importante per i bambini, dove apprendere nuove strategie di socializzazione e regole che possono migliorare il loro benessere. Infatti, per i bimbi piccoli, l’alimentazione è principalmente un’occasione di relazionarsi con gli adulti ed esplorarne i rituali quotidiani. La delicata fase dello svezzamento rappresenta un momento di rottura per il bambino con le vecchie abitudini di vita, per lasciare spazio a nuove esperienze e sapori. Durante il pranzo, i bambini possono esprimere il loro desiderio di autonomia e le loro abilità. Infatti, saper stare seduti correttamente a tavola e utilizzare posate e strumenti da cucina non è un compito affatto facile per i piccoli e può rappresentare un traguardo importante da raggiungere, per l’affermazione della loro identità personale. Per queste ragioni, è sempre importante saper rispettare i tempi dei bambini, le loro preferenze e proporgli gli insegnamenti in modo graduale e senza forzature. Il cibo ha anche una funzione conoscitiva ed emozionale. La scoperta di nuove pietanze comporta il venire a contatto con sapori, odori, consistenze e colorazioni fino a quel momento ancora sconosciute. Ciò può destare nei piccoli curiosità e piacere, ma anche paura e disgusto. Per favorire un buon rapporto col cibo, le pietanze in asilo devono essere presentate in modo gradevole, cercando di prestare attenzione alle esigenze dei piccoli. Infine, il pasto pedagogico è anche e soprattutto un momento di socializzazione e comunicazione dove i bambini, oltre ad apprendere norme nutrizionali ed igieniche, devono imparare a mettersi in relazioni con gli adulti e i pari con cui condividono la mensa.
Per rendere il pasto pedagogico in asilo nidoè necessario adottare alcune accortezze e regole che consentono di trasformare il pranzo in un momento di alto valore educativo. Per quanto riguarda la scelta degli alimenti da cucinare e le quantità, si può fare riferimento alle tabelle nutrizionali ufficiali, elaborate dall’Istituto Nazionale della Nutrizione, in collaborazione con medici pediatri ed esperti in alimentazione infantile. Le tabelle sono divise per fascia d’età e forniscono tutte le informazioni utili sugli ingredienti da usare in mensa. Si consiglia di adottare dei menù basati sul modello alimentare mediterraneo, in cui viene privilegiato il consumo di: cereali, legumi, frutta, verdura, pesce, carne e uova. Si tratta di cibi capaci di favorire il corretto sviluppo infantile e di fornirgli l’energia necessaria per affrontare le attività quotidiane. I menù devono essere progettati in base alla stagionalità dei prodotti in commercio e prestando molta attenzione alla presenza di eventuali intollerante e allergie.
I cibi vanno proposti sempre adeguatamente spezzettati, per consentire ai piccoli di mangiarli in modo sicuro, senza rischiare di affogarsi, e per aiutarli a prendere confidenza con nuovi sapori e consistenze poco alla volta. Con i bambini molto piccoli che hanno iniziato da poco lo svezzamento, si consiglia di procedere inizialmente con pietanze cremose e pastine. In seguito, si potranno introdurre alimenti solidi, come ad esempio carne, pesce, formaggi e uova. Per il pasto pedagogico, oltre a curare l’alimentazione, è fondamentale predisporre un ambiente adeguato e sereno dove consumare i pasti, in armonia e senza fretta. L’ampiezza della sala deve essere proporzionata al numero di bambini presenti e deve presentare degli arredi adatti ai piccoli ospiti, per favorirne il comfort.
Una buona strategia può essere quella di organizzare dei gruppi composti da bambini della stessa età e dall’educatore di riferimento e fargli consumare insieme i pasti. In questo caso, gli addetti alla mensa dovranno allestire adeguatamente la sala e presentare il cibo in modo piacevole e stimolante. L’educatore, invece, avrà il compito di educare i bambini ad eseguire i riti legati all’alimentazione, come ad esempio rimanere seduti a tavola, usare le posate, verificare la corretta masticazione e deglutizione del cibo, utilizzare strategie comunicative efficaci con i pari e così via. Al termine del pranzo, si possono attuare dei rituali igienici molto importanti per la salute dei piccoli, come lavarsi le mani e i denti.